Maria, la storia di una bugia lunga trent’anni.


Catania, città viva tra i basolati in pietra lavica dell’Etna, accoglie e corrompe coloro che la vivono con trepidazione e fermento, tra le vie dei quartieri popolari della città.

Ognina, La Civita, San Cristoforo e San Berillo sono pieni di spunti, tra sacro e profano, che da tempo immemore hanno ispirato artisti, pittori e compositori da tutto il mondo. E passeggiando tra le vie di San Berillo, spesso ci s’imbatte tra i riflessi di se stessi sulle finestre chiuse delle case sventrate e moribonde del quartiere. Tra le rovine dei palazzi storici della Catania antica può capitare anche di scorgere un riflesso che non sia il proprio, come il riflesso di una donna, un po’ a richiamare un’edicola o un’icona votiva. Come l’immagine riflessa di Maria, nel cui volto si scoprono gli occhi bassi e tristi di una bambina di sessant’anni che ebbe la sventura di crescere troppo in fretta. Aveva circa diciassette anni quando scoprì che la sua vita sarebbe cambiata. Lasciata sola dal suo amore, il suo errore più grande, e dalla sua famiglia, fuggì via dalla città natale, per trasferirsi in una Bologna degli anni settanta che avrebbe dovuto offrirle il necessario sostentamento per lei e il bambino che, da lì a poco, sarebbe nato. Sapeva che avrebbe dovuto rimboccarsi le maniche per sfamare il figlio e il suo desiderio di riscatto, e ben presto iniziò a lavorare come segretaria in una nota cooperativa che forniva assistenza ad anziani e disabili. Era brava nel suo lavoro, troppo spesso non retribuita adeguatamente e ben presto si rese conto che i suoi sogni e le sue necessità furono scavalcati da mostruosità`, sfruttamento e abusi, che la costrinsero infine a fare una scelta. Il bambino aveva fame e non aveva abbastanza soldi per sfamarlo. Decise di vendere il suo corpo, di prostituirsi per il bene del figlio. Gli anni passarono, si trasferirono e girarono l’Italia, per poi finire il lungo viaggio nella contraddittoria e accogliente Catania degli anni ’80, in piena guerra di mafia tra i clan locali. Per il figlio la madre era semplicemente un angelo, per Maria la sua vita era invece un inferno che non lasciava spiragli e via di fuga, anche perché oramai tutto era diventato una enorme bugia lunga trent’anni, raccontata a fin di bene. Il figlio non sapeva e avrebbe continuato a essere all’oscuro del segreto della madre, fino a quando, per uno scherzo del destino, le carte furono scoperte proprio durante un documentario sul quartiere San Berillo. Il figlio scoprì ogni cosa. Ci furono lunghi periodi di silenzio e di assenza tra di loro. Il tempo, si sa, aggiusta le cose ed è stato un altro bambino a portare il buon senso in questa storia. Un bambino che avrebbe condotto un neo papà a rivedere le azioni di sua madre. Un padre affermato, libero e lavoratore, con una moglie e infine un figlio, che avrebbe riempito la sua vita di sacrifici e gioie. Maria, ora madre e nonna, non è più schiava del suo lavoro, ma non sa fare altro. Torna spesso a San Berillo, un paio d’ore al dì, libera di amare e di sentirsi apparentemente amata da uomini vittime della solitudine, dell’emarginazione, senza più una donna con cui condividere il quotidiano, o semplicemente per parlare. Maria ora dona sguardi, parole e riflessi di se su uno specchio che svela il suo vero volto.